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IL RITORNO DI OBERTO

 

Al Festival Verdi di Parma e le sue terre

IL RITORNO DI OBERTO
Ho voluto rivedere “Oberto Conte di San Bonifacio”, prima opera di Giuseppe Verdi, in quel delizioso teatrino del Castello di Busseto intitolato al musicista delle Roncole.

Era il 17 novembre 1839 quando con quest’opera Verdi debuttava alla Scala di Milano: aveva 26 anni.

Subito dimostrò una cosa: l’impeto, l’entusiasmo, il vigore virile, la voglia di coinvolgere il pubblico in una girandola musicale che scaturiscono dalla sua partitura non appartenevano a nessuno dei suoi colleghi in cartellone a quei tempi nei teatri d’Europa.

La storia che va a raccontare ha importanza relativa: amore e potere non vanno d’accordo e gli opportunisti in politica spesso lo sono anche nella vita privata.

Cose ovvie che il giovane Verdi prende a facile pretesto per un racconto musicali a forti tinte che già tende a rinnovare il teatro del melodramma.

Una gran voglia di allontanarsi dagli schemi del belcanto – come farà da Luisa Miller in poi – e la ricerca di un realismo che sublimerà con il cosiddetto Trittico Popolare, negli Anni Cinquanta dell’’800.

Tutto questo lo sa e l’ha capito benissimo anche il regista Pier’Alli che tuttavia ha finto fosse necessario, per una rilettura da 2007, mettere l’opera sul letto dell’analista e indagarla come si fa con chi ha complicazioni e nodi mentali da sciogliere.

Tutto questo sconfessando quello che lui stesso scrive circa il realismo verdiano.

Assolutamente sordo di fronte alla semplice verità di quest’opera, come di tutte le altre di Giuseppe Verdi: uno spettacolo fatto per divertire il pubblico, non per complicargli la vita affliggendolo con cerebrali problematiche.

Di qui una regia giocata con una gestualità che ricorda la recitazione dei film muti, con mani da paranoici, e atteggiamenti che profumano di presa in giro della concezione stessa del melodramma. Per non parlare dei costumi di fantasia che viaggiano a mezza via tra il medioevo e il salotto della Traviata, e ricordano tanto Guerre Stellari, Stargate e Star Trek.

Di buono c’è che, seppur fuorviante rispetto alla poetica di Verdi e occasione di fastidiosa distrazione per il pubblico, Pier’Alli confeziona uno spettacolo coerente alla propria idea e, chi la condivide, può apprezzarlo.

La fresca musica di Verdi è stata servita da una rarefatta ma efficiente orchestra diretta dal bravo Antonello Allemandi, mentre Martino Faggiani conferma la sua gran classe nel preparare il coro anche questo composto da voci selezionatissime per esigenze di spazio.

Il cast ha visto sopra tutti una superba Mariana Pentcheva che ha fatto di Cuniza un personaggio da amare, ben spalleggiata dal Riccardo di Fabio Sartori che ha un gradevolissimo canto eroico.

Da lui si sarebbero attese, visti i mezzi vocali, alcune puntate ardite, ma evidentemente si è voluto rispettare alla Muti la scrittura verdiana, dimenticando quanto proprio Verdi fosse felice che gli artisti mettessero un acuto in piu’, se ne erano capaci, per accendere la passione popolare.

Protagonista, nel ruolo di Oberto, il basso genovese Giovanni Battista Parodi che avevamo lasciato alla Scala, un paio d’anni or sono, con una lussureggiante voce dall’invidiabile rotondità, autentica promessa per il futuro di un basso-profondo.

Lo abbiamo ritrovato buon professionista, di gran presenza scenica, ma con una voce nuova, chiara e pressoché baritonale, che gli ha tolto la soddisfazione di ricevere dal pubblico i clamorosi consensi che hanno salutato le uscite finali di mezzosoprano e tenore.

Giorgia Bertagni è una diligente esecutrice con mezzi vocali simili a quelli di tante altre colleghe dedite a repertori un po’ meno arditi, ma ha tratteggiato una Imelda che ci piacerebbe riascoltare e. . . non rivedere (-colpa di Pier’Alli-).

Con grande efficacia Irene Carboncini ha dato voce alla damigella Leonora.

Morale: W Verdi e a casa tutti contenti.
 
       
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