Giugno è il mese in cui scuole e conservatori organizzano gli spettacoli di fine anno. Considerati, a torto, esibizioni minori, i saggi sono una tappa importante nella carriera di un allievo. E il biglietto da visita con cui una scuola si presenta al mondo esterno.
Giugno è il mese dei saggi. Prima di sospendere le lezioni per la pausa estiva, è tradizione che conservatori e scuole di musica mostrino in pubblico i risultati che gli allievi hanno raggiunto durante l’anno scolastico.
Si è sempre fatta molta ironia sui saggi. Di solito vengono considerati un sottogenere dello spettacolo. In cima c’è il recital del solista, poi il concerto sinfonico, la serata di musica da camera, quindi il saggio di studenti. Dai luoghi comuni è difficile difendersi, però è un vero peccato che le scuole prendano sottogamba i saggi degli allievi.
Ricordo sempre con amarezza quei docenti che liquidano l’esibizione di fine anno come «Un’inutile perdita di tempo». Quasi una forma di piaggeria verso le famiglie.
In realtà la funzione del saggio, anche se simile alla recita scolastica, è tutt’altro che da sottovalutare. Per il musicista, a differenza di qualsiasi altro studente, esibirsi davanti al pubblico un giorno diventerà la norma. E non l’eccezione. Tanto vale abituarsi sin da piccolo.
Ma il saggio rappresenta anche uno straordinario mezzo di diffusione della musica. Anche se è vero che in queste occasioni il pubblico è formato prevalentemente da genitori e parenti, non va dimenticato che sono gli amici e i conoscenti di chi si esibisce a riempire i posti in sala. E per molti di loro è spesso la prima volta che entrano in un auditorium ad ascoltare musica classica.
Di solito le scuole di musica, in particolare i conservatori e le accademie con centinaia di allievi, tendono per motivi pratici a istituire a fine anno un’articolata serie di saggi, dividendo i partecipanti per classe di strumento, livello ed età. L’impostazione, naturalmente, è corretta. Eppure io credo che l’anno scolastico, dopo le esibizioni pubbliche “parziali”, dovrebbe sempre terminare con un grande saggio finale. Uno spettacolo imponente, una sintesi del lavoro di tutta la scuola, in grado di offrire al pubblico un ampio campionario di strumenti musicali, generi, repertorio, età e livelli di preparazione.
E per una buona riuscita il saggio deve seguire poche ma consolidate regole: un presentatore (anche un insegnante della scuola, purché spigliato e contento di farlo) che introduca i nomi dei brani e degli esecutori, un programma stampato, un piccolo ricordo da donare ai partecipanti (medaglia, attestato), la presenza, anche sul palco, di tutto il corpo docente, un breve discorso del direttore, quando necessario una leggera amplificazione degli strumenti meno sonori, il coro dei bambini e l’orchestrina della scuola. Infine occhio al minutaggio, un saggio, per quanto vario e ben fatto, non può superare le due ore. E per le scuole che dispongono di maggiori risorse, un sobrio rinfresco al termine delle esibizioni lascerà un piacevole ricordo della serata.
Vorrei concludere ricordando che il saggio ha anche un importante valore simbolico, una cerimonia laica in cui la scuola celebra il valore dei propri docenti e degli studenti. (di Filippo Michelangeli)
© Suonare news - giugno 2003, per gentile concessione dell'editore
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